Rom: Patti di cittadinanza per uscire da anonimato e abbandono

Quanto accaduto nei giorni scorsi a Roma, con il rifiuto di un quartiere di periferia di dare accoglienza a delle famiglie rom sgomberate da un campo, mi ha riportato al periodo di Natale 2006 quando, come Casa della carità, seguivamo un’ottantina di rom sgomberati da delle baracche di via Ripamonti, a Milano, cui le istituzioni, a cominciare dalla Prefettura, decisero di dare ospitalità temporanea in un’area del Comune di Opera. Anche allora ci fu la rivolta dei cittadini, con tanto di benvenuto non proprio amichevole fatto di lancio di petardi e fumogeni accompagnato da insulti e minacce, di incendio delle tende e di presidio “anti” andato avanti per circa due mesi, giorno e notte, quando come gestori sociali del progetto decidemmo, d’accordo con le famiglie, di venir via in anticipo sui tempi stabiliti provvedendo come Casa della carità a ospitare i nuclei rom nelle nostre strutture (nella foto, l’accoglienza in emergenza nell’auditorium della Casa della carità).

Mi colpisce, ora come allora, la carica d’odio che si esprime nell’intolleranza e in un rifiuto così dichiarato del prossimo. Rievocare i Gulag, parlare di Auschwitz, non è fuori luogo anche perché il popolo Rom ha attraversato queste esperienze. Mi inquieta il delirio violento che accompagna l’esibizione di tanta avversione e di tanto disprezzo. E mi interroga la lucida razionalità di chi si fa carico di portare motivazioni e giustificazioni alle “reazioni della gente”. Nel caso di Roma, poi, alcuni gesti come il calpestare il pane o l’ostentare il saluto fascista non possono ritenersi solo simbolici. Imboccare questi sentieri porta a strade senza ritorno.

Come fare a riprendere la questione rom e a ricondurla nell’ambito di una problematica sociale da affrontare non come emergenza né come tema da speculazione politica a fini elettorali credo sia un dovere di tutti. Non si può invocare la chiusura dei campi e allo stesso tempo sostenere la rivolta dei cittadini che non vogliono i rom nel loro quartiere. Penso che un punto di partenza sia considerare il punto di vista delle vittime, di chi si trova in uno stato di debolezza e disagio. Lo sono certamente le famiglie rom, ma anche i residenti di periferie abbandonate. È qui che va ricostruito un tessuto di legami sociali, di opportunità, di servizi, di riscoperta della forza dell’integrazione. La politica recuperi anzitutto il linguaggio della mitezza e della tolleranza e poi promuova sfide culturali per l’accoglienza e la coesione sociale.

Ripropongo in questo senso quanto ho sempre affermato e cioè l’importanza di costruire PATTI DI CITTADINANZA, che non certificano alcuna segregazione, ma sono anzi strumenti dove trovano legittimità sentimenti di amicizia e umanità concretizzati in diritti e doveri reciproci, che fanno uscire dall’anonimato e dall’abbandono chi soffre.

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