Se si confonde sanatoria con regolarizzazione

Il dibattito di questi giorni sulla regolarizzazione di immigrati che lavorano nei campi è veramente il segnale che non si sta comprendendo che dobbiamo entrare in una nuova dimensione. Innanzitutto non stiamo parlando solo di qualcosa che ha a che fare con il fenomeno migratorio, ma di attuare provvedimenti indispensabili per la rottura del caporalato e per l’affermazione di diritti di persone che già lavorano e sono indispensabili alle filiere dei beni di prima necessità. Se veramente “Niente dovrà essere più come prima” questo dei braccianti stranieri non regolari è uno dei temi da cui cominciare a pensare e agire diversamente.

E allora, non si possono considerare le persone riducendole solo a categorie di lavoratori, braccianti o badanti che siano. Dobbiamo smettere di andare avanti con questo atteggiamento. “Prima le persone” significa ribadire il valore della persona in quanto tale, come portatrice di diritti. È da qui che bisogna ripartire perché questo è l’unico fondamento per eliminare i cosiddetti invisibili, per non ridurli a poveri e anonimi senza volto, a “scarti” per dirla con Papa Francesco.

C’è bisogno di un salto di qualità e capire che un intervento è necessario per il benessere di tutti, per la salute di tutti, per i diritti di cittadinanza di tutti. Considerare queste persone con la cultura del “Se ci servono, li teniamo e poi li allontaneremo subito“, se si confonde la parola “sanatoria” con la parola “regolarizzazione”, significa impaludarsi in un dibattito che ci riporta indietro. Altro che Fase 2, saremmo davvero al “pre-” di tutto.

Basta, questo stile va cambiato. Questo modo di affrontare i problemi va denunciato. Chiedo alle persone del mondo della cultura, agli accademici, anche a quelli impegnati sul piano economico di non stare in silenzio accettando questo tipo di impostazione. Abbiamo bisogno di un respiro diverso: culturalmente, politicamente, eticamente. Ma quando si capisce questo?

Lo sforzo fatto con la campagna “Ero straniero” era proprio per affermare la dignità e i diritti delle persone e incrociava la richiesta di regolarizzazione che nasceva da una forte preoccupazione per legalità e sicurezza. Perché difendere la dignità e affermare i diritti vuol dire anche interrompere legami con la criminalità, superare quella condizione di abbandono che rende invisibili, ma soprattutto, lo vediamo ora, occuparci della salute di tutti. Almeno su questo serve urgenza.

La crisi che stiamo vivendo ci ha fatto avvertire il senso di debolezza e di fragilità, ma ci ha anche portato alla comprensione che solo la solidarietà e la cultura di una fraternità universale e inclusiva sono fondamentali per reagire insieme e ricostruire dei nuovi livelli di civiltà. I segnali arrivati finora non sono confortanti. Invece dobbiamo ripartire, come ci insegna Papa Francesco, dalla cultura della centralità della dignità di ogni persona.

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