Escludere gli anziani è il fallimento delle politiche sanitarie

In questa fase di grande difficoltà pandemica dovuta all’aumento dei contagi non bisognerebbe lasciarsi andare a scontri di sapore ideologico. Occorre uno stile di confronto, di partecipazione, per ritrovare quegli elementi che aumentano la coesione sociale. Invece sembra di andare in direzione opposta e questo è molto preoccupante come vediamo nel dibattito sulla questione degli anziani.

Il primo punto da cui è partire è che le criticità sanitarie della popolazione anziana dipendono in larga misura dalle inefficienze del sistema, dallo svuotamento della medicina territoriale, dalla carenza delle reti di prossimità. Poi certamente c’è una statistica che ci racconta della debolezza e delle fragilità delle persone più avanti con gli anni. Ma come anche il dramma delle RSA dimostra c’è soprattutto bisogno di un grande lavoro di domiciliarità, ispirato alla solidarietà, da fare a livello locale, nei territori, al di là di logiche privatistiche e direi mercantilistiche. Non per affermare un ripensamento dal sapore ideologico, che sa di scontro, bensì per affrontare al meglio l’urgenza che la situazione richiede.

In questi giorni sono andato a rileggere alcune riflessioni del cardinal Martini sulla fragilità e sulla debolezza. Per lui queste sono condizioni che esprimono la capacità di convocare a sé il bisogno di mitezza, di tenerezza e di benevolenza. Le stesse parole che ci consegna Papa Francesco con l’ultima enciclica Fratelli Tutti. 

L’attenzione agli anziani è un valore straordinario, che si collega a quei sentimenti profondi di famiglia, di sostegno nelle difficoltà, di legami di affetto e di senso. Guai a noi se prevalesse l’idea di una società che decide interventi di esclusione per categorie: sarebbe una società che produce degli “scarti”, esseri umani che nella logica quantitativa sono degli “avanzi”, dei “resti”. 

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